Su Marte dopo il tramonto

L’immagine seguente mostra Venere, la Terra e Giove nel cielo di Marte. È stata pubblicata su X, ma alcuni utenti hanno affermato che fosse falsa, sostenendo che i tre pianeti non potevano essere visti allineati perché l’orbita di Marte si trovava in mezzo alle loro.


Panorama marziano


Ho quindi creato il seguente diagramma per spiegare che è assolutamente possibile vederli in questo modo, dopo il tramonto, anche se non è una configurazione frequente. Affinché i pianeti siano visibili, Giove, la Terra e Venere devono essere illuminati dal Sole, quindi devono trovarsi dall’altro lato dell’orbita solare, come nel mio disegno. (Nota: le orbite sono in scala, le dimensioni dei pianeti e del Sole no!)


Sistema solare


Però non sono in grado di assicurare che la foto non sia falsa !

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Giochino matematico

Consideriamo il numero
[1] x = 0.9999…
dove i puntini … indicano che i numeri continuano uguali senza limite

Sembra evidente poter affermare che
[2] x < 1

Se però si eseguono questi passaggi:

x = 0.9999…
10 x = 9.9999…
10 x – x = 9.000…
9 x = 9
[3] x = 1

La [3] contraddice la [2] ?

Dov’è il ‘problema’ ?

Scrivete la vostra opinione nei commenti
vediamo se qualcuno vince una bambolina… ; )

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Quanto pesa l’aria?

Consideriamo innanzitutto l’aria che respiriamo sulla Terra.
È una miscela di gas, oltre al vapore acqueo (dallo 0% al 4%) e alle polveri.
I gas principali sono:
– Azoto (N₂): 78,08%, molecola composta da due atomi di azoto
– Ossigeno (O₂): 20,95%, molecola composta da due atomi di ossigeno
– Argon (Ar): 0,93%, un gas nobile, detto così perché non si lega in molecole (avendo il guscio elettronico esterno completo degli 8 elettroni ammessi)
– Anidride carbonica (CO₂): circa 0,04%, composta da un atomo di carbonio e due di ossigeno.
Con le approssimazioni il totale dà 100% ma ci sono tracce anche di altri gas, come neon (Ne), elio (He), metano (CH₄), ozono (O₃).
Conosciamo per esperienza quotidiana le proprietà elastiche che la rendono comprimibile e materializzano il concetto di pressione (forza applicata su una superficie), ma al peso non ci si pensa.

Un litro ovvero un decimetro cubo di aria, secca al livello del mare a una temperatura standard di 15° C, pesa circa 1,2 grammi.
Detto così sembra poco, ma vuol dire che 1 metrocubo pesa 1,2 Kg. Ecco perché ‘pesano’ i Km di aria che abbiamo sopra la testa, nei quali, salendo, i gas sono sempre più rarefatti e l’aria pesa meno, ma si tratta di decine di km se non di più (per dare una stima più precisa bisognerebbe stabilire un limite di pressione o di peso specifico). Questo peso, ovviamente determinato dalla attrazione gravitazionale, è notevole: la pressione standard di 1 atmosfera, corrisponde a circa 1 Kg di peso per ogni centimetro quadrato. Ovvero per ogni centimetro quadrato del nostro corpo (poco meno di un unghia media) la forza che agisce è pari a 1 Kg di peso.
Non ne siamo schiacciati e sostanzialmente non ce ne accorgiamo perché dall’interno il nostro corpo esercita una pressione uguale e contraria: siamo sostanzialmente dei palloni che non esplodono perché le pressioni si bilanciano. Inoltre la pressione agisce in tutte le direzioni, non solo quella verticale, quindi non ne siamo ‘spinti’, ricevendo la spinta da ogni parte.

Lo strumento per misurare la pressione atmosferica fu inventato nel 1643 da Evangelista Torricelli (1608-1647), allievo di Galileo Galilei (1564-1642), osservando che un tubo trasparente chiuso a una estremità riempito di mercurio, se posto rovescio in una bacinella contenente sempre mercurio, menteneva una altezza di circa 76 cm, come in Figura 1. Quindi il peso del mercurio nel tubo doveva essere equivalente al peso dell’aria. L’unità di misura standard per la pressione atmosferica è il Pascal (o l’ettoPascal, hPa, pari a 100 Pascal, chiamato in metereologia millibar come sottomultiplo del bar).
Una atmosfera, definita come la pressione media al livello del mare, corrisponde a 1.013 hPa ed è la misura più semplice per le spiegazioni immediate. Ad esempio salendo di quota l’andamento non è lineare, perché come sopra detto l’aria diventa più leggera, ma all’inizio la pressione si dimezza ogni circa 5.500 metri. Per dare misure facilmente sperimentabili, a quota 1.500 metri rispetto al livello del mare la pressione è circa l’84%, a 3.000 metri è circa il 69%. Come a dire che a 1.500 metri di quota la differenza di pressione (ma in negativo) è pari a quella di un paio di metri di profondità in acqua, per questo anche salendo in montagna spesso è necessario compensare la pressione sui nostri timpani.


Figure 1 – Barometro di Torricelli (fonte: ecoage.it su licenza CC Creative Commons)

Barometro di Torricelli


In questo post non approfondisco le questioni metereologiche ma è evidente che in base al contenuto di umidità e alla temperatura questo peso cambia, determinando le differenza tra diverse località che generano i fenomeni meteo: vento, nuvole, pioggia, fronti di masse d’aria, ecc.

Tornando al peso, in analogia alla misura di una atmosfera, osserviamo che questa corrisponde a una colonna d’acqua di circa 10 metri (per la grande differenza di densità dei due fluidi: il mercurio quasi 14 volte quella dell’acqua). Quindi la pressione dei Km di aria sopra di noi è equivalente a 10 metri d’acqua, ovvero quando ci immergiamo nell’acqua, a 10 metri di profondità riceviamo una pressione circa doppia rispetto a prima di immergerci. Ok, non è una cosa che le persone fanno normalmente, ma chi si è immerso anche solo qualche metro si è ben accorto della pressione esterna (e della necessità di ‘compensare’ quella interna sui timpani). Facendo delle semplici moltipliche, questo vuol dire che a 50 metri di profondità il ‘peso’ è di 5 Kg per cm², a 1.000 metri è di 100 Kg per cm².

Nella fossa delle Marianne, dove arrivò per primo il batiscafo Trieste (costruito in Italia, Figura 2) con i pionieri dell’esplorazione Jacques Piccard e Don Walsh, nel 1960 a quasi 11.000 metri di profondità, la pressione era oltre una tonnellata per cm². Per resistere lo scafo in acciaio aveva uno spessore di circa 13 cm!


Figure 2 – Batiscafo Trieste (fonte repubblica.it)

Batiscafo Trieste


E quanto pesa l’aria su Marte?
L’atmosfera marziana è composta circa al 95% di anidride carbonica (CO₂) (l’ossigeno è solo circa lo 0,13%). La pressione è molto bassa, circa l’1% di quella terrestre, circa 6 hPa contro i nostri 1013 hPa.
Potrebbe sembrare un paradiso per le piante che respirano la CO₂, ma a parte che di notte le piante respirano anche ossigeno (quindi soffocherebbero), la pressione molto bassa e la temperatura estremamente bassa (-60° C) non consentirebbero all’acqua di essere liquida quindi anche la biochimica della pianta si fermerebbe.

Un problema significativo di una pressione molto bassa per il corpo umano è il cosiddetto limite di Armstrong (circa 63 hPa), al di sotto del quale l’acqua e il sangue (a temperatura corporea) inizierebbero a ‘bollire’ spontaneamente perché la pressione esterna è troppo bassa per mantenerli allo stato liquido. Una passeggiata su Marte senza tuta pressurizzata è decisamente sconsigliata, a prescindere dalla temperatura e dalla mancanza di ossigeno!! Sulla Terra si raggiunge questo limite intorno ai 18 km di quota.

Su Giove le cose ‘peggiorano’ notevolmente: innanzitutto non esiste una superfice solida, il pianeta è interamente gassoso, costituito da circa il 90% di idrogeno (H₂) e 10% di elio (He), oltre a tracce di altri gas (che sono quelli che determinano le macchie colorate che si osservano, vedi Figura 3), che procedendo dagli strati più esterni a seguito della pressione diventano liquidi e con temperature elevatissime, forse 30.000° C nella zona del nucleo, costituito da idrogeno metallico fuso (cioè che si comporta come un metallo fuso, ad esempio il mercurio) che determinano il suo intenso campo magnetico (da 20 a 50 volte quello terrestre e più del doppio di quello del Sole, a parte nelle macchie solari, dove è anche 300 volte più intenso). La pressione che esternamente è dell’ordine di grandezza della nostra, verso il centro arriva probabilmente a 100 milioni di volte.
Giove è sostanzialmente una stella mancata, un postaccio.


Figure 3 – Giove (fonte: Nasa / Space Telescope Science Institute, 2017)

Giove


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Strani oggetti matematici: la bottiglia di Klein

Figura 1 – La bottiglia di Klein

la bottiglia di Klein


La bottiglia di Klein, o superficie di Klein, dal nome del matematico tedesco Felix Christian Klein (1849-1925) che la descrisse a fine 19° secolo negli anni di sviluppo della topologia*, è un esempio di superficie non orientabile, senza un interno o un esterno distinti, si definisce infatti varietà bidimensionale non orientabile, come il già visto nastro di Möbius, con la differenza importante che non ha bordi.
Si tratta di una specie di bottiglia nella quale il collo si connette al fondo dovendo attraversare la parete della bottiglia stessa come nella Figura 1. Si osserva così in una visualizzazione tridimensionale, ma come altri spazi topologici (che consideriamo sempre euclidei), non è ben visualizzabile in uno spazio ℝ³. Analizzata in ℝ⁴ non ci sono sovrapposizioni (autointersezioni), si capisce che il collo non tocca la parete.

Procedendo con le dimensioni, si può immaginare una varietà tridimensionale non orientabile che non può essere incorporata in ℝ⁴ ma può esserlo in ℝ⁵. Ad esempio, collegando due estremità di uno Spherinder nello stesso modo in cui si collegano le due estremità di un cilindro per una bottiglia di Klein.

Se tagliata a metà, la bottiglia di Klein crea due nastri di Möbius come in Figura 2, ricordando che in realtà l’intersezione non c’è in ℝ⁴.


Figure 2 – Una bottiglia di Klein tagliata a metà dà origine a due nastri di Möbius.(source: wikimedia licensed under the Creative Commons Attribution 4.0 Int license)

Bottiglia di Klein tagliata a metà

 

Figure 3 – Un gustoso solido toroidale

Un gustoso solido toroidale


La rappresentazione tradizionale (per immersione) della bottiglia di Klein è achirale (ovvero, la sua immagine speculare non può essere distinta dall’oggetto). Il solido della bottiglia di Klein è considerato la versione non orientabile del toro solido (come quello in Figura 3).

 

Topologia*
La topologia è un’area della matematica che studia le proprietà degli oggetti matematici (delle figure) che che non cambiano quando viene effettuata una deformazione senza ‘buchi’, ‘sovrapposizioni’ o ‘incollature’. Ad esempio un cubo è topologicamente equivalente a una sfera, invece un toro (ciambella) no, perché ha un buco che non si può eliminare con una deformazione.
Per un approfondimento è esauriente la pagina Wikipedia.

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II teorema del viriale e l’equilibrio stellare

Il teorema del viriale costituisce un risultato analitico di fondamentale importanza nella meccanica dei sistemi di particelle, poiché stabilisce una connessione rigorosa tra le medie temporali delle energie cinetica e potenziale. La sua validità si estende a sistemi in equilibrio dinamico, dove le forze interne sono regolate da potenziali che dipendono dalla distanza secondo una legge di potenza, come nel caso della gravitazione universale o dell’elettrostatica.

pdf_ita  Brussi 2026_Il teorema del viriale e l’equilibrio stellare

Teorema del viriale

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Strani oggetti matematici: l’oloide

Figura 1 – Un oloide in acciaio

Oloide


L’oloide è un solido scoperto da Paul Schatz (1898-1979). Viene definito come “l’involucro convesso di due cerchi identici posti su piani perpendicolari, in modo che il centro di ogni cerchio si trovi sulla circonferenza dell’altro”, nella Figura 2 si capisce bene la costruzione.


Figura 2 – Modello di oloide nel quale si vede la costruzione della figura solida (fonte: Dr. S. Wetzel con licenza CC BY-SA 3.0 de)

Oloide


Una caratteristica che si nota subito è che se rotola su un piano, su questo sviluppa l’intera sua superficie, ovvero ogni suo punto tocca il piano. Inoltre, pur avendo una andatura ondeggiante, la sua direzione di rotolamento è perfettamente rettilinea.

Nella rotazione, la distanza del suo centro di massa dal piano non ha un andamento lineare ma ‘ondeggia’, con due minimi e due massimi per ogni rotazione completa.

L’area si calcola facilmente considerando questo sviluppo, evidenziato nella Figura 3 per una semi rotazione (mezzo giro), pari a quattro mezzi cerchi, così per una sua rotazione completa il suo doppio è:
Aₒ=4πr²
dove r è il raggio del cerchio generatore.


Figura 3 – Sviluppo del rotolamento dell’oloide sulla superficie

Superficie dell'oloide


Il calcolo del volume è molto complesso, coinvolge gli integrali ellittici del primo e del secondo tipo, non riporto nemmeno la formula. Una elaborazione numerica dà il valore approssimato:
Vₒ=3.052 r³
dove r è il raggio del cerchio generatore.
Per confronto si ricorda che il volume della sfera ha il valore approssimato:
Vₛ=4.189 r³

Oltre a essere un oggetto esteticamente molto bello e una gradevole presenza come ‘giocattolo da scrivania’, gli oloidi vengono utilizzati industrialmente per la mescolazione delicata di fluidi, per la loro caratteristica di non generare vortici e prevenire la generazione di schiuma e l’ossigenazione.

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Pillole di logica: le basi booleane

Il matematico e filosofo George Boole (1815-1864) sviluppò l’associazione tra logica e matematica, analizzando le leggi delle operazioni mentali alla base del ragionamento, esprimendole in un linguaggio simbolico che consentisse agli operatori logici di operare come operatori algebrici, per mezzo di enunciati calcolabili. Creò quella che si definisce l’algebra booleana.

La logica booleana è alla base dell’informatica e dell’elettronica digitale, ed è fondata sulla manipolazione di variabili che possono assumere solo due valori: Vero (1) e Falso (0). Gli operatori logici booleani, di seguito dettagliati, sono applicati come ‘porte logiche’ a dispositivi elettronici, consentendo di costruire le operazioni di base, poi riprodotte a miliardi nei moderni device, per la realizzazione dei computer e degli smartphone che conosciamo. Per precisione si tratta sia di porte fisiche, transistor* nell’hardware, sia di porte non fisiche, nelle istruzioni dei codici dei sistemi operativi e delle applicazioni.

Gli operatori fondamentali sono:
AND Restituisce vero (1) solo se tutti gli ingressi sono veri.
OR (Restituisce vero (1) se almeno uno degli ingressi è vero.
NOT (Negazione): Operatore che inverte il valore di ingresso: 1 diventa 0, e viceversa.

ABAND (A*B)OR (A+B)
0000
0101
1001
1111

Con gli operatori fondamentali si costruiscono le porte logiche:
NAND (Not-AND): Uscita falsa solo se tutti gli ingressi sono veri.
NOR (Not-OR): Uscita vera solo se tutti gli ingressi sono falsi.
XOR (Exclusive OR): Vero se gli ingressi sono diversi, falso se uguali.

Le combinazioni di queste porte e degli operatori fondamentali con un’algebra che ne consenta l’operatività permette di costruire circuiti digitali e strutture di istruzioni che elaborano e memorizzano dati.

 

Transistor*

I transistor sono dispositivi costituiti da materiali semiconduttori (es silicio modificato) che si comporta come “interruttore” regolando flussi di corrente sulla base di un segnale di controllo (nel senso che il suo valore determina se il flusso può passare o no).
Stato OFF. Se non c’è segnale sul controllo (valore 0) il transistor blocca il flusso (circuito aperto).
Stato ON. Se c’è segnale sul controllo (valore 1) il transistor consente il flusso (circuito chiuso).
Le porte logiche si possono così costruire:
porta AND: due transistor in serie, la corrente passa solo se entrambi sono ON (1 AND 1 = 1)
porta OR: due transistor in parallelo, la corrente passa se almeno uno dei due è ON (1 OR 0 = 1)
porta NOT: detta inverter, un singolo transistor configurato in modo da scollegare l’uscita (circuito aperto) se riceve il segnale (valore 1).

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Il Lucrezio di Odifreddi

Forse non aggiungerò nulla a un autore che ha dimostrato non solo la competenza ma anche una vera originalità in molte delle sue opere, ma questa recensione voglio farla, cercando di non cadere nell’apologia.
Mi riferisco a Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere, un saggio (edito da Rizzoli, 2014) di Piergiorgio Odifreddi (1950-), che in una nuova traduzione integrale del poema De rerum natura di Tito Lucrezio Caro (98/94-50/55) ne dà una versione con parole e significati moderni, non solo per una più facile comprensione delle idee concepite due millenni fa ma soprattutto per evidenziarne l’incredibile modernità. Un’idea di opera e una realizzazione eccellenti, dove la traduzione nelle pagine a destra e l’interpretazione nelle pagine a fronte consente di apprezzare sia le idee che oggi definiremo scientifiche sia le visioni filosofiche di un grande autore.

Al liceo (scientifico) il De rerum natura è stato oggetto di (blando) approfondimento (però fu richiesto l’acquisto di un libro sul poema, che ancora conservo). Ma il nostro docente non fu in grado di trasmetterne la grandezza e i significati. Sicuramente perché non li aveva compresi, a parziale scusante la traduzione ‘letterale’ da parte di chi, forse come lui, nella totale incompetenza di argomenti scientifici non era in grado nemmeno di intuire quanto nei secoli recenti la scienza avesse confermato delle vecchie intuizioni, ovviamente nei principi generali.

Il lavoro di Odifreddi non solo quindi rende a Lucrezio la sua grandezza ma cerca di colmare una lacuna forse tipicamente italiana, dove la cultura scientifica è sempre stata poco diffusa e valorizzata. Questo non ha impedito le eccellenze, è evidente, ma la generale incompetenza degli italiani su temi scienfici e tecnici è limitante, in un mondo moderno fondato soprattutto sulla tecnologia. Mi rendo conto di non conoscere bene la situazione in altri paesi, ma il mio pensiero era anche legato alla ‘responsabilità storica’ di essere parte di una terra ‘culla di civiltà’ e di pensiero, oggi relegata a macchietta terzista di equilibri geoeconomici e politici indegna di un patrimonio culturale che non ha eguali confrontabili al mondo. Un patrimonio che deve essere riscoperto, vincendo l’ignavia oscurantista di una ‘classe dirigente’ inadeguata al ruolo. E non mi riferisco solo alla attuale, se non per il fatto che, essendo in carica, sono loro che potrebbero fare più di qualcosa per cambiare.

Forse è un piccolo gesto, quello di Odifreddi, ma è un ottimo risultato che merita di essere conosciuto.


Odifreddi Lucrezio

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Strani oggetti matematici: il nastro di Möbius

Figura 1 – Il nastro di Möbius

Il nastro di Möbius


Il nastro di Möbius è un oggetto tridimensionale studiato in topologia* con singolari caratteristiche: possiede un’unica faccia e un unico bordo (vedi Figura 1). Si può facilmente realizzare con una striscia di carta di forma rettangolare allungata, unendo i lati corti facendo prima fare mezza rotazione ai lati stessi. Con l’oggetto in mano si verifica immediatamente, anche percorrendoli con un dito, che presenta un’unica faccia e un unico bordo.

Il nome si deve ad August Ferdinand Möbius (1790-1868), che per primo studiò le superfici non orientabili (sulle quali non è possibile distinguere configurazioni positive e negative, un dentro e un fuori) e le superfici rigate (che si possono ottenere con una unione di rette, come il piano, il cilindro, il cono), come questa.

In ℝ³ il nastro è descritto dalle seguenti equazioni parametriche in coordinate cartesiane:

 Equazioni del nastro di Möbiusdove r e l sono numeri positivi fissati con r> l (condizione necessaria perché il nastro abbia la possibilità di attorcigliarsi).

Si può dire informalmente che il parametro u è un angolo che ‘gira intorno’
al nastro in senso antiorario, mentre il parametro v ‘si muove da un lato all’altro’ della striscia. Fissati due valori per v , ad esempio v = -1, 1 , si ottengono le curve delle Figure 2 e 3, che sommate delineano il bordo del nastro nella Figura 4. Com’è facile intuire per v = 0 si ottiene una circonferenza, ovvero una curva chiusa a metà del nastro. Curiosamente, tagliando il nastro lungo questa linea mediana non si ottengono due nastri ma un nuovo singolo nastro attorcigliato due volte.


Figure 2 – Curva ottenuta con v=1 (fonte: Riccardo Dossena, UniPV)

Curva ottenuta con v=1

Figure 3 – Curva ottenuta con v= -1 (fonte: Riccardo Dossena, UniPV)

Curva ottenuta con v=-1

Figura 4 – Curva ottenuta dalla somma delle due precedenti, bordo del nastro (fonte: Riccardo Dossena, UniPV)

Mobius curve v1 and v -1


Definito il bordo, è facile capire come l’insieme di tutte le curve descritte dai due parametri u, v , negli intervalli considerati, possa definire l’intera superficie del nastro.

Si omettono le considerazioni topologiche e si invita a fare degli esperimenti costruendo nastri con due o più rotazioni degli estremi prima della loro saldatura, e tagliando il nastro nella sua metà nei vari casi per vedere i risultati… sorprendenti !

 

Topologia*
La topologia è un’area della matematica che studia le proprietà degli oggetti matematici (delle figure) che che non cambiano quando viene effettuata una deformazione senza ‘buchi’, ‘sovrapposizioni’ o ‘incollature’. Ad esempio un cubo è topologicamente equivalente a una sfera, invece un toro (ciambella) no, perché ha un buco che non si può eliminare con una deformazione.
Per un approfondimento è esauriente la pagina Wikipedia.

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Strani oggetti matematici: la tromba di Torricelli

Figure 1 – Torricelli trumpet

tromba di Torricelli

La tromba di Torricelli è un solido che si ottiene dalla rivoluzione intorno all’asse x della curva di equazione y=1/x nell’intervallo [1, +∞) , vedi Figura 2. Prende il nome da Evangelista Torricelli (1608-1647) che lo studiò nel 17° secolo.
La peculiarità di questo solido è avere volume finito ma area infinita.


Figure 2 – Torricelli trumpet 2D equation (source: maeckes.nl)

Equazione della tromba di Torricelli


Per verificarlo oggi possiamo facilmente utilizzare il calcolo integrale, che non esisteva al tempo di Torricelli.

In un sistema di coordinate (x, y, z) la tromba è descritta dalle equazioni parametriche:
x(ξ,θ) = ξ
y(ξ,θ) = a cos⁡θ / ξ
z(ξ,θ) = a sin⁡θ / ξ

Il volume e l’area si calcolano come segue, dove a > 1 è un valore di x

Volume e area della tromba

È quindi evidente che per a → ∞ il volume si avvicini alla quantità finita π , mentre l’area sia divergente.

Questo apparente paradosso tra valori finiti e infiniti relativi allo stesso oggetto, si può facilmente spiegare ‘matematicamente’. Se si considera un barattolo di colore, questo ha sicuramente un volume finito. Se lo si spalma su una superficie, matematicamente lo spessore potrebbe essere infintesimo, quindi potrebbe effettivamente ricoprire una superficie infinita.

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