L’AI come cervello di Boltzmann: l’illusione di conoscenza che annulla il futuro

Questa riflessione nasce dalla rilettura del mio post sul Cervello di Boltzmann (cfr Il cervello di Boltzmann, una provocazione epistemologica). Il processo oggi è in rapidissima evoluzione, ma credo abbia senso analizzarlo in prospettiva evolutiva.
L’utilizzo delle AI è certamente un supporto efficace, ma bisogna distinguere i contesti. Potenziare la ricerca in un ambiente di alto livello di competenze è una cosa; utilizzarle per ottenere risposte di base da parte dei ‘giovani’ è tutt’altro. Quest’ultimo utilizzo impedisce la formazione dello spirito critico e la necessaria ‘fatica di imparare’. Senza questa base granulare di competenze, le elaborazioni più complesse diventano impossibili.

L’anagrafe non perdona. Tra poco le figure formate sui fondamenti spariranno, sostituite da chi non ha mai dovuto faticare per apprendere. Con un ragionamento sulla persona ‘media’, è facile prevedere un immenso impoverimento cognitivo che porterà alla decadenza finale della nostra civiltà. La tecnologia resterà in piedi, ma senza l’aggiornamento dei principi fondamentali — le basi teoriche sulle quali è costruita — diventerà obsoleta e insufficiente.
Non è solo colpa della ricerca scientifica. Le ragioni per cui usiamo ancora combustibili fossili, batterie a terre rare o la fissione nucleare non dipendono solo da limiti tecnici, ma da scelte di potere che vanno oltre la narrazione ufficiale.
Non credo ci sia adeguata consapevolezza del ruolo ‘tossico’ delle AI. Il progetto globale è evidente: creare una massa antropica indifferenziata ‘cerebralmente’, utile come peso votante e forza lavoro finché costerà meno delle macchine. Penso infatti che i ‘mammiferi bipedi’ siano già oggi più a buon mercato dell’automazione, ma siano ancora dotati di un’autodeterminazione residua (molto residua, come dimostrato nel periodo del Covid).

Esiste poi un parallelismo con le religioni. Le religioni non devono essere razionali: più una storia è incredibile, più viene creduta. Funzionano molto bene perché danno risposte ‘credute’, non risposte vere. Nessuno vuole la verità; la gente vuole solo sentirsi dire di non essere l’unica a pensare qualcosa. Le piattaforme social prosperano su questo. Nello stesso modo, gli algoritmi delle AI danno le risposte che ‘devono’ dare, basate su priorità non trasparenti. Non colpevolizzo il software, che è solo una routine statistica, e nemmeno chi lo scrive. I Puppet Master stanno ai piani alti e gestiscono i trigger.

Come salvarci?
Probabilmente per noi ‘bipedi standard’ non c’è salvezza. Ma la storia insegna che le civiltà rinascono sempre dalle proprie ceneri, magari riscoprendo un passato glorioso dopo secoli di oblio. Confido per l’umanità in questo ciclo. Nel frattempo, spero solo che il tempo che mi resta non “mi sia grave”, per dirla con Leopardi.

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