Parmenide e l’essere: ciò che è (τὸ ἐόν)

Riporto una piccola riflessione su alcuni versi (DK Fr.8 versi 6-11) del poema di Parmenide Sulla natura, fatta come ‘esercitazione’ di approfondimento.


[1a] [riguardo all’essere, (τὸ ἐόν)] quale sua nascita cercherai?
[1b, c] Come, da dove può essere cresciuto?
[2] Da ciò che non è non te lo lascerò
né dire né pensare, [2a] perché non è dicibile
né pensabile che non sia.
[3] [Inoltre] Quale necessità lo avrebbe indotto
a generarsi dopo piuttosto che prima, avendo inizio da ciò che non è?
[4] [Conclusione] È così necessario che o esista in assoluto oppure non esista del tutto.


La visione di Parmenide si pone in contrasto con le cosmogonie dei pensatori detti presocratici. Questi versi sono parte del poema nel quale egli riporta come racconto di una dea la via alla verità (aletheia). Questa rivelazione è fondata sul logos, la razionalità che spinge agli estremi la logica interpretativa, diversamente dall’esperienza che viene ingannata dai sensi. Il soggetto sottinteso del frammento è ciò che è (τὸ ἐόν), considerato da Parmenide: ingenerato, eterno, immobile, unico e finito; così dalla dea ne sono definiti gli attributi -che chiama indizi (semata)- al kouros/Parmenide, alcuni precisati nel frammento riportato.

Si possono distinguere due possibili tipologie di argomentazioni nel frammento citato: quelle esegetiche legate più strettamente al testo e quelle legate al logos [*] e alla massima coerenza razionale (i primi passi di una nuova disciplina), espresse in termini ‘moderni’.
[1a,b,c] L’indagine sull’essere potrebbe iniziare dalla sua nascita e crescita, così farebbe una cosmogonia.
[2] Ma la dea (ovvero il logos) non consente al kouros di pensare e di dire che ciò che è possa derivare da ciò che non è, perché pensando ciò che non è per poterne parlare lo si tratterebbe come qualcosa che è [2a] quindi per coerenza razionale questo è non dicibile né pensabile.
Viene applicato un principio di non contraddizione [*].
[3] La domanda retorica evidenzia la mancanza della necessità per ciò che è di generarsi, dopo o prima, da ciò che non è, non solo per le ragioni del verso precedente ma anche per il suo non appartenere al tempo (precisato in versi successivi).
Si evidenzia anche la mancanza di una ragione sufficiente [*].
[4] La conclusione ricorda che la possibilità dell’esistenza è considerata binaria, quindi applica il principio del terzo escluso [*] e l’implicazione che ciò che è può solo essere, perchè è “necessario” che sia.
Quindi è una ragione sufficiente [*].

Da un punto di vista storico, tema del frammento è la ‘provocazione del logos‘, la razionalità. La cosiddetta sfida eleatica di Parmenide contro le cosmogonie, rispetto alle quali rappresenta uno ‘spartiacque’ del pensiero antico.
Le cosmogonie infatti non sono logicamente sostenibili perché passano dal ‘prima’ al ‘dopo’ senza una ragione sufficiente.

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L’AI come cervello di Boltzmann: l’illusione di conoscenza che annulla il futuro

Questa riflessione nasce dalla rilettura del mio post sul Cervello di Boltzmann (cfr Il cervello di Boltzmann, una provocazione epistemologica). Il processo oggi è in rapidissima evoluzione, ma credo abbia senso analizzarlo in prospettiva evolutiva.
L’utilizzo delle AI è certamente un supporto efficace, ma bisogna distinguere i contesti. Potenziare la ricerca in un ambiente di alto livello di competenze è una cosa; utilizzarle per ottenere risposte di base da parte dei ‘giovani’ è tutt’altro. Quest’ultimo utilizzo impedisce la formazione dello spirito critico e la necessaria ‘fatica di imparare’. Senza questa base granulare di competenze, le elaborazioni più complesse diventano impossibili.

L’anagrafe non perdona. Tra poco le figure formate sui fondamenti spariranno, sostituite da chi non ha mai dovuto faticare per apprendere. Con un ragionamento sulla persona ‘media’, è facile prevedere un immenso impoverimento cognitivo che porterà alla decadenza finale della nostra civiltà. La tecnologia resterà in piedi, ma senza l’aggiornamento dei principi fondamentali — le basi teoriche sulle quali è costruita — diventerà obsoleta e insufficiente.
Non è solo colpa della ricerca scientifica. Le ragioni per cui usiamo ancora combustibili fossili, batterie a terre rare o la fissione nucleare non dipendono solo da limiti tecnici, ma da scelte di potere che vanno oltre la narrazione ufficiale.
Non credo ci sia adeguata consapevolezza del ruolo ‘tossico’ delle AI. Il progetto globale è evidente: creare una massa antropica indifferenziata ‘cerebralmente’, utile come peso votante e forza lavoro finché costerà meno delle macchine. Penso infatti che i ‘mammiferi bipedi’ siano già oggi più a buon mercato dell’automazione, ma siano ancora dotati di un’autodeterminazione residua (molto residua, come dimostrato nel periodo del Covid).

Esiste poi un parallelismo con le religioni. Le religioni non devono essere razionali: più una storia è incredibile, più viene creduta. Funzionano molto bene perché danno risposte ‘credute’, non risposte vere. Nessuno vuole la verità; la gente vuole solo sentirsi dire di non essere l’unica a pensare qualcosa. Le piattaforme social prosperano su questo. Nello stesso modo, gli algoritmi delle AI danno le risposte che ‘devono’ dare, basate su priorità non trasparenti. Non colpevolizzo il software, che è solo una routine statistica, e nemmeno chi lo scrive. I Puppet Master stanno ai piani alti e gestiscono i trigger.

Come salvarci?
Probabilmente per noi ‘bipedi standard’ non c’è salvezza. Ma la storia insegna che le civiltà rinascono sempre dalle proprie ceneri, magari riscoprendo un passato glorioso dopo secoli di oblio. Confido per l’umanità in questo ciclo. Nel frattempo, spero solo che il tempo che mi resta non “mi sia grave”, per dirla con Leopardi.

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Ritratto di una stagnazione epistemologica

Siamo abituati a ‘subire’ il ‘progresso scientifico’ come fosse una marcia trionfale e inarrestabile. Viviamo circondati da una tecnologia pervasiva che ci dà l’illusione di una conoscenza sempre più profonda della realtà. Eppure, se guardiamo alle fondamenta della fisica teorica, il panorama che appare è quello di una desolante stagnazione epistemologica.

Da oltre cinquant’anni, la fisica fondamentale non produce una vera rivoluzione ontologica. Abbiamo confermato teorie nate nel secolo scorso (esempio il bosone di Higgs degli anni ’60 o le onde gravitazionali di Einstein di inizio secolo, uniche due vere dimostrazioni di teorie fondamentali degli ultimi decenni) ma non abbiamo partorito una singola idea nuova che sia stata dimostrata reale (cfr Cosa c’è di sbagliato nella ricerca scientifica secondo Sabine Hossenfelder). Al contrario, ci siamo rifugiati in una sorta di ‘manutenzione dei paradigmi’ (nel senso di Kuhn), aggiungendo toppe matematiche a modelli che non funzionano più (cfr “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” di Kuhn in nuce).

La trappola del ‘Millennium Problem’

Un esempio perfetto di questa deriva è il celebre problema del Millennio sulle equazioni di Navier-Stokes. Ci viene chiesto di dimostrare se una soluzione ‘liscia’ (continua) possa esplodere in una singolarità matematica (cfr A pure mathematical version of the Clay Mathematics Institute’s Navier-Stokes Millennium Problem). Ma a chi giova davvero questa ricerca?
C’è una certa arroganza nel pretendere che la matematica del continuo assoluto — uno strumento inventato trecento anni fa — debba essere lo specchio fedele di una realtà che sappiamo essere intrinsecamente granulare. Cercare la regolarità o la singolarità in Navier-Stokes è un esercizio di coerenza interna di un sistema assiomatico, un ‘giochetto matematico’ che non aggiunge nulla alla comprensione della materia.
È la riproposizione della catastrofe ultravioletta di fine Ottocento: la fisica classica prevedeva l’emissione di energia infinita dal corpo nero perché assumeva che l’energia fosse infinitamente divisibile. Max Planck non ‘risolse’ il problema del calcolo che divergeva; cambiò la logica, introducendo il quanto di energia, la discretizzazione granulare (cfr Funzione di distribuzione dei fotoni di Planck). Oggi, ostinarsi a cercare la regolarità in modelli fluidodinamici continui senza accettare i limiti logici (fisici) di quel linguaggio è come pretendere di misurare un atomo con un righello: l’errore non è nel calcolo matematico, è nel modello adottato.

L’universo tolemaico della materia oscura

Se Navier-Stokes è un vicolo cieco per menti eccelse, la cosmologia moderna è diventata un trionfo degli epicicli. Kuhn ci ha insegnato 60 anni fa che quando un paradigma entra in crisi, la comunità scientifica non lo abbandona subito, ma inizia a ‘salvarlo’ con ipotesi ad hoc.
Così, per far quadrare le equazioni della Relatività Generale con un universo che si muove in modo diverso da quanto previsto, sono state inventate la materia oscura e l’energia oscura. Non le vediamo, non sappiamo cosa siano, non ne comprendiamo la natura. Sono ‘toppe’ magiche necessarie a tenere in piedi dei modelli che non si riesce a interpretare. Stiamo progettando viaggi su Marte ma usiamo un sistema tolemaico modernizzato, convinti che aggiungere un epiciclo invisibile sia più nobile che ammettere di non aver capito la natura della gravità su grande scala (cfr Nota per i profani: cos’è la materia oscura?).

L’inganno del progresso tecnologico

L’obiezione comune è: “Ma come puoi parlare di stagnazione se l’Intelligenza Artificiale e il silicio dominano il mondo?”.
Qui risiede l’equivoco fondamentale. La tecnologia non è scienza di base; è sfruttamento di scoperte passate.
I computer si basano sulla meccanica quantistica degli anni ’20-’30; i nostri razzi sulla termodinamica dell’800. La tecnologia è l’ingegneria che raffina il già noto, ma la teoria su cui si fonda resta vecchia, tremendamente vecchia. Stiamo utilizzando mappe che ignorano il 95% del territorio, o che non sono in grado di osservarlo nella sua realtà.

La tirannia dei Baroni e il veto del paradigma

Perché non procediamo? Perché la conoscenza è diventata ostaggio di una struttura accademica feudale. I ‘Baroni’ del paradigma sono schiavi della loro stessa carriera e del consenso della comunità. Il rischio non viene finanziato. Chi propone un modello cosmologico sensato che non preveda ‘fantasmi’ invisibili viene isolato, non pubblica, non riceve fondi.
Si preferisce distogliere le menti superiori sfidandole in problemi inessenziali — come le singolarità di Navier-Stokes o il calcolo degli aloni galattici delle componenti magiche — piuttosto che affrontare l’incertezza spaventosa di un cambio di paradigma. Si va indietro, non avanti, perché si è persa la capacità di vedere il problema prima di calcolare la soluzione.

Conclusione: vedere oltre il recinto

La matematica è indifferente alla sopravvivenza della soluzione, ma noi non dovremmo esserlo. Il compito della ricerca non è far quadrare i conti di un’astrazione inutile, ma trovare il linguaggio corretto per descrivere la realtà.
Il risultato sulla singolarità di Navier-Stokes non cambierà l’efficacia empirica delle leggi della dinamica. Forse stabilirebbe (con buona pace di Gödel) se il modello del continuo sia un linguaggio coerente o se sia destinato a soccombere dinanzi alla propria astrazione.
La vera sfida è avere il coraggio di ammettere che i modelli di riferimento non descrivono la realtà, che è necessario esplorare nuove descrizioni della natura, oltre il déjà vu che semplicemente ‘non funziona’ (per stessa ammissione di chi continua a sostenerlo).
Nell’attesa di un genio visionario che trovi una migliore descrizione della realtà, si potrebbe intanto dare spazio ai visionari che vedono oltre il recinto…

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Ontologia vs epistemologia del tempo

La mia convinzione è che il tempo non esista in Natura.

Per comprendere come il tempo possa non esistere in natura mentre la relatività generale (GR) continua a essere valida, è necessario distinguere tra ciò che il mondo è e come noi lo descriviamo:
– Piano Ontologico (la Natura): La realtà è un accadere di eventi secondo una ‘grammatica’ di cause ed effetti. In questa visione, non esiste un tempo come contenitore o orologio esterno; esiste solo la necessità logica per la quale certi eventi presuppongano il verificarsi di altri. La Natura non ‘aspetta’ che il tempo passi: agisce secondo una scaletta causale intrinseca.
– Piano Epistemologico (la GR): La Relatività Generale è la nostra ‘mappa’ logica. Poiché la mente umana non può percepire l’intera rete di accadimenti atomici e discreti, utilizza il costrutto dello spaziotempo per organizzare, misurare e, soprattutto, prevedere.

Causalità come scheletro della GR
In fisica, la struttura causale di una varietà è definita dall’insieme delle relazioni di precedenza tra eventi. Se la Natura opera secondo una ‘scaletta causale’ (A deve precedere B), la GR codifica questa necessità attraverso il tensore metrico*.
Il fatto che la GR ‘funzioni’ significa che la sua architettura matematica rispetta fedelmente la sequenza logica degli accadimenti naturali. Il tempo coordinata t della GR non è altro che un indice numerico che noi assegniamo agli eventi per mantenere traccia della loro successione causale.

Predicibilità vs accadimento
La differenza tra la visione antropica e quella naturale risiede nel concetto di determinismo vs necessità:
– Per la Natura: Le cose accadono quando devono accadere. Non esiste un ritardo, né un’attesa; esiste solo il soddisfacimento delle condizioni causali
– Per l’Essere Umano (GR): Abbiamo bisogno di predicibilità. Per noi, non basta sapere che B seguirà A; vogliamo sapere quando (secondo il nostro parametro) e dove. La GR introduce strumenti come le ipersuperfici di Cauchy per permetterci di calcolare il ‘futuro’. Questa capacità di calcolo è un’esigenza umana: la Natura non calcola il proprio stato successivo, lo esegue e basta.

GR come modello relazionale
La GR resta valida perché descrive come la materia-energia influenzi la configurazione dei legami causali. Anche se eliminiamo l’idea di un tempo ‘contenitore’, la GR continua a dirci come la prossimità logica tra gli eventi sia alterata dalla presenza di massa. In questo senso, la curvatura dello spaziotempo non è la deformazione di una ‘sostanza tempo’, ma la deformazione della rete di relazioni causali che costituisce il mondo.

In sintesi: la Natura è la ‘scaletta’ dei fatti, la GR è il manuale tecnico che l’uomo ha scritto per indicizzare quella scaletta e trasformarla in previsione.


Linea di universo (credits: wikipedia)


universe line


* Tensore Metrico (gμν)
Dal punto di vista matematico, un tensore può essere inteso in questo contesto come una matrice che stabilisce il modo in cui le coordinate — che rappresentano gli eventi dello spaziotempo — si trasformano da un sistema di riferimento all’altro, preservando gli invarianti fisici. Il tensore metrico descrive nello specifico la geometria di questa varietà (manifold). In ogni punto dell’universo, esso agisce come un ‘righello’ e un ‘cronometro’ locale definendo l’intervallo spaziotemporale (ds2 = gμνdxμdxν). Aspetto ancor più cruciale per la causalità, la metrica modella e inclina i coni di luce, i quali delineano i confini geometrici assoluti oltre i quali l’informazione non può viaggiare. Di conseguenza, il tensore metrico è la struttura matematica che traduce la sequenza causale (l’evento A che precede l’evento B) nel tessuto invariante della geometria dello spaziotempo.

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The URD Framework – in sviluppo

La struttura URD: distanze cosmologiche dal redshift in un contesto non standard

Mentre sto ancora sviluppando il progetto, anche con studi paralleli sul Tolman test e sulla qualità dei dati indiretti ottenuti dalle recenti survey di galassie, rendo pubblico il mio lavoro come preprint. Spero sempre che qualcuno possa essere interessato alle mie congetture o magari anche disposto a collaborare con me per affrontare le criticità del modello URD. Lo studio è in inglese.


Abstract
A phenomenological framework for determining cosmological distances is proposed, based on a non-expanding spacetime interpretation consistent with current observational datasets. The model introduces a redshift mechanism associated with cumulative photon energy attenuation along the line of sight, formulated in a way that is not equivalent to standard tired light scenarios. The approach is constructed to remain compatible with established relativistic principles whereas adopting boundary conditions distinct from the metric expansion paradigm. Distance estimation is achieved through the URD equation (U energy density, Redshift, Distance), which incorporates two phenomenological parameters that describe conformal geometric dissipation in extended gravity and an effective relativistic path-length correction. Within this formulation, the model addresses the primary shortcomings traditionally associated with energy dissipation effects, specifically reconciling time dilation in supernova light curves and the Tolman surface brightness relation. The model is calibrated using the Pantheon+ supernova sample by comparing and cross-validating distances inferred from the proposed redshift mapping with redshift-independent indicators, with additional comparison performed against baryon acoustic oscillations, radio galaxy samples, and high-energy quasars. Across these datasets, the framework reproduces observational constraints over a wide redshift range within a phenomenological, non-standard cosmological setting. The results indicate that alternative, non-expansion-based mappings between redshift and distance can be constructed that remain consistent within the observational range considered, suggesting a phenomenological alternative worth further study.
Keywords
cosmological distance ladder; redshift-distance relation; non-expanding spacetime; cosmic microwave background; extended gravity; Pantheon+ sample; baryon acoustic oscillations; Tolman test; time dilation; geodetic correction


Questa è l’ultima versione del preprint (5.1 MB):

pdf Brussi 2026_URD Framework Preprint

Versione caricata su Zenodo:

link DOI – zenodo.20763682


URD distance formula

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Leonard Susskind sulla costante c

Un approfondimento di Leonard Susskind sulla costante c comunemente chiamata “velocità della luce”. Effettivamente un insieme di nozioni note ma reinterpretate in modo illuminante, che meritano delle riflessioni.


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Cosmologia per un universo statico

Abstract

Il breve approfondimento (in inglese), poi diventato un Allegato al mio studio “URD Framework”, propone un modello cosmologico caratterizzato da uno spazio-tempo globalmente piatto, spazialmente infinito e senza limiti temporali. Esso mette in discussione l’applicazione standard della metrica di Friedmann-Lemaître-Robertson-Walker, reinterpretando la relatività generale come un fenomeno strettamente locale all’interno di una distribuzione della materia non continua. In questo contesto, la piattezza osservata dell’universo è una proprietà geometrica fondamentale piuttosto che un risultato dinamico dell’inflazione, e il redshift cosmologico è modellato come un processo cumulativo di dissipazione di energia piuttosto che come espansione metrica.

pdf  Brussi 2026_Cosmology for a static universe


gravitational emotion

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Il cervello di Boltzmann, una provocazione epistemologica

Il cervello di Boltzmann (Ludwig Boltzmann, 1844-1906) è uno degli esperimenti mentali più inquietanti della fisica moderna, situato proprio al crocevia tra la termodinamica e la filosofia della mente. Esso suggerisce un paradosso provocatorio: in un universo infinito governato dall’entropia, è statisticamente più probabile che un singolo cervello autocosciente si manifesti spontaneamente, completo di falsi ricordi di una vita che non ha mai vissuto, piuttosto che un intero universo strutturato si evolva nel corso di miliardi di anni. In sostanza, questo concetto mette in discussione la nostra stessa definizione di realtà. Se è più probabile che siamo una ‘fluttuazione’ casuale in un mare di caos piuttosto che prodotti biologici di una lunga catena evolutiva, come possiamo fidarci delle nostre osservazioni del cosmo? Non si tratta solo di un enigma di fisica, ma di una questione fondamentale di epistemologia: come facciamo a sapere che siamo veramente parte di un universo stabile e non solo un pensiero fugace nel vuoto?

Impossibile non pensare alla genialità del film Matrix
Ma mentre Matrix ci chiede di scegliere tra una menzogna confortevole e una verità difficile, il cervello di Boltzmann suggerisce che la verità potrebbe non essere affatto una struttura, ma un istante di ordine accidentale in un oceano di nulla. In entrambi i casi, la domanda epistemologica resta la stessa: se i tuoi sensi e i tuoi ricordi fossero l’unico dato certo, come potresti dimostrare di non essere solo in un vuoto senza tempo?


blue red

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Il Lucrezio di Odifreddi

Forse non aggiungerò nulla a un autore che ha dimostrato non solo la competenza ma anche una vera originalità in molte delle sue opere, ma questa recensione voglio farla, cercando di non cadere nell’apologia.
Mi riferisco a Come stanno le cose. Il mio Lucrezio, la mia Venere, un saggio (edito da Rizzoli, 2014) di Piergiorgio Odifreddi (1950-), che in una nuova traduzione integrale del poema De rerum natura di Tito Lucrezio Caro (98/94-50/55) ne dà una versione con parole e significati moderni, non solo per una più facile comprensione delle idee concepite due millenni fa ma soprattutto per evidenziarne l’incredibile modernità. Un’idea di opera e una realizzazione eccellenti, dove la traduzione nelle pagine a destra e l’interpretazione nelle pagine a fronte consente di apprezzare sia le idee che oggi definiremo scientifiche sia le visioni filosofiche di un grande autore.

Al liceo (scientifico) il De rerum natura è stato oggetto di (blando) approfondimento (però fu richiesto l’acquisto di un libro sul poema, che ancora conservo). Ma il nostro docente non fu in grado di trasmetterne la grandezza e i significati. Sicuramente perché non li aveva compresi, a parziale scusante la traduzione ‘letterale’ da parte di chi, forse come lui, nella totale incompetenza di argomenti scientifici non era in grado nemmeno di intuire quanto nei secoli recenti la scienza avesse confermato delle vecchie intuizioni, ovviamente nei principi generali.

Il lavoro di Odifreddi non solo quindi rende a Lucrezio la sua grandezza ma cerca di colmare una lacuna forse tipicamente italiana, dove la cultura scientifica è sempre stata poco diffusa e valorizzata. Questo non ha impedito le eccellenze, è evidente, ma la generale incompetenza degli italiani su temi scienfici e tecnici è limitante, in un mondo moderno fondato soprattutto sulla tecnologia. Mi rendo conto di non conoscere bene la situazione in altri paesi, ma il mio pensiero era anche legato alla ‘responsabilità storica’ di essere parte di una terra ‘culla di civiltà’ e di pensiero, oggi relegata a macchietta terzista di equilibri geoeconomici e politici indegna di un patrimonio culturale che non ha eguali confrontabili al mondo. Un patrimonio che deve essere riscoperto, vincendo l’ignavia oscurantista di una ‘classe dirigente’ inadeguata al ruolo. E non mi riferisco solo alla attuale, se non per il fatto che, essendo in carica, sono loro che potrebbero fare più di qualcosa per cambiare.

Forse è un piccolo gesto, quello di Odifreddi, ma è un ottimo risultato che merita di essere conosciuto.


Odifreddi Lucrezio

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17 febbraio 1600 rogo di Giordano Bruno

A Roma in campo de’ Fiori, uno tra gli innumerevoli omicidi da sempre perpetrati per la conquista e, come in questo caso, il mantenimento del potere di imperio sul libero pensiero e in definitiva sui popoli.
Che l’uccisione del nemico sia lo standard antropico da sempre è evidente. Mutuata come degenerazione dalla lotta animale per la sopravvivenza fino a portarla a ‘regola morale’. Ma la violenza fisica di sopraffazione da parte del più forte è ancora comprensibile in un confronto ‘alla pari’. Nelle guerre antiche i soldati si fronteggiavano direttamente. Poi magari i vincitori abusavano anche dei popoli civili ma in qualche modo avevano dimostrato una superiorità fisica, nella violenza quantomeno.

Il salto di qualità alla soppressione delle idee, diverse dall’impianto teorico di chi comanda, è tipico delle religioni, che hanno spesso fornito una cornice di legittimazione morale e identitaria alle violenze di poteri politici ed economici.

A partire dalla comune datazione celebrativa di un evento di natura religiosa (culto del Sole poi diventato nascita del ‘figlio di un dio’), si sottovaluta il potere condizionante delle religioni, ovvero dei responsabili di gestione delle sette religiose, fondate sulla debolezza umana del bisogno di un essere superiore e dei suoi interpreti. Ognuna sedicente portatrice dell’unica verità, incidentalmente diversa da quella delle altre. Tutto ok se finisse qui. Ma quando un’idea diversa non viene affrontata con idee migliori ma sopprimendo il portatore dell’idea, non è in gioco la verità: è in gioco il potere.

La Natura è incredibilmente violenta nel suo evolversi, basti pensare a un vulcano o a un terremoto nel nostro piccolo pianeta, o con una potenza infinitamente superiore, all’esplosione di una supernova o a un buco nero, o una fusione gravitazionale di galassie. Non possiamo applicare criteri di moralità o di giustizia alla Natura negli eventi che vaporizzano in pochi istanti interi pianeti. Ma ai mammiferi bipedi di questo tiepido e tranquillo pianeta sì. Dotati della facoltà del pensiero razionale, dovremmo rispettare questa potenzialità negli altri per rispettarla in noi stessi. Ma l’ambizione del potere della sopraffazione vince alla grande da sempre. E così si uccidono, possibilmente tra atroci sofferenze, i portatori di idee contrarie, di libertà di pensiero che potrebbe indebolire le proprie posizioni di monopolisti di ‘verità’. Così piccoli insulsi omini di una setta che, in nome di una verità rivelata, ricorse alla coercizione e all’uccisione dopo anni di carcerazione di un genio visionario come Giordano Bruno. Fortunatamente egli riuscì però a trasmetterci i suoi pensieri, le sue visioni, ancora attuali dopo più di 4 secoli.

E le sétte religiose sono ancora oggi operative in molte parti del mondo e fondendosi al potere politico diventano apparati coercitivi che spesso si traducono in persecuzioni e violenze sistematiche, ormai modernamente industrializzate ma sempre con lo stesso scopo: la soppressione della libertà delle persone e delle idee per imporre il proprio dominio con la violenza e non confrontando ‘idee migliori’ sul piano razionale.

Per un approfondimento sulla vita e il pensiero di Giordano Bruno, è esauriente la pagina Wikipedia.


Giordano Bruno
Giordano Bruno (fonte copia-di-arte.com)

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