Perché l’epistemologia presuppone l’ontologia?

L’idea che la Natura agisca sempre per uno scopo risale ad Aristotele (la causa finale, il “ciò-in-vista-di cui”) e per secoli ha guidato il modo di interpretare il mondo: per Aristotele conoscere qualcosa significava anche conoscerne il fine.

Quando ci chiediamo come sia possibile conoscere le cose, ci accorgiamo che ogni nostra teoria della conoscenza —l’epistemologia— finisce inevitabilmente per poggiare sulla natura stessa della realtà, ossia sull’ontologia. Non possiamo stabilire come conosciamo se prima non presupponiamo che cosa ci sia da conoscere e quale sia la sua struttura oggettiva. In questo Aristotele resta attuale.

Ma la scienza e la filosofia moderna hanno segnato una svolta epocale proprio superando la teleologia aristotelica e ogni forma di finalismo cosmico, mostrando che per spiegare l’ordine e l’efficienza non occorre un progetto intenzionale o un traguardo intrinseco, ma bastano il rigoroso ripetersi di leggi fisiche e, nel caso degli organismi viventi, i processi evolutivi di adattamento. Questa svolta mostra quanto il legame tra essere e sapere sia stretto: cambiando l’immagine della realtà, sono cambiati anche i criteri con cui la conosciamo.

Per chi indaga i fenomeni naturali oggi, la sfida intellettuale resta la stessa di un tempo ma rovesciata nei presupposti: comprendere le regolarità immanenti dei processi fisici privandoli di ogni proiezione teleologica. Indagare la natura non significa più decifrare un disegno o rintracciare un fine ultimo, ma interrogare la trama causale che sorregge il reale, accettando che la coerenza dei fenomeni non richieda alcuna intenzione per realizzarsi ed essere compresa.

Del resto, anche il rifiuto del fine è una scelta ontologica, e da essa discende il nostro modo di conoscere. Lo stesso vale per chi, in nome della scienza, reintroduce un fine nella Natura: non si tratta di un risultato empirico ma di un presupposto che sarebbe da dichiarare come tale.

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